Dal settimanale Panorama, questo articolo di giornalismo peloso con omaggio finale ai lettori: DUE Ticket da 20 euro per provare Uber .
Nel quartier generale della Uber, al 405 della centralissima Howard street di San Francisco, sono arrivate le telefonate che annunciavano le prime proteste dei tassisti milanesi contro la società che promette «un autista privato alla portata di tutti», qualcuno ha sorriso. «La danza ricomincia» avrà pensato il quarantenne Travis Kalanick, cofondatore e amministratore delegato della società. Perché in quasi tutte le 27 città del mondo dove la Uber ha lanciato il suo servizio, che consente di chiamare con un tocco sullo schermo di uno smartphone una limousine con autista che costa il 20 per cento in più di un taxi ma molto meno di un noleggio con conducente, ci sono state contestazioni.
Tutte, o quasi, finite nel nulla, tanto che la Uber, fondata nel 2009 con un capitale di 200 mila dollari da Kalanick con l’amico Garret Camp, continua a prosperare. Sinora ha raccolto 49,5 milioni di dollari dai più importanti fondi di investimento, da Goldman Sachs a Benchmark, convinti delle sue potenzialità di crescita. Certo che in Italia l’impresa si prospetta non facile. Contro la lobby dei tassisti, attentissima a tutelarsi contro qualsiasi concorrenza, si sono già scornati Pier Luigi Bersani all’epoca dei progetti di liberalizzazione del 2006 e di recente il governo tecnico di Mario Monti: dopo tre mesi di tentativi andati a vuoto, ha mollato il problema nelle mani dei sindaci, rinunciando di fatto a risolverlo. A Milano il progetto Uber è partito in sordina verso la fine di gennaio e dall’8 marzo è entrato ufficialmente in servizio (Leggi in fondo all’articolo come fare per ottenere due buoni da 20 euro per provarlo). «Molti nostri clienti che viaggiano per lavoro in Europa e usano le nostre auto a Londra e a Parigi  ono rimasti stupiti di non trovarle a Milano, una delle capitali della moda mondiale» spiega l’inglese Simon Breakwell, il capo delle operazioni europee della Uber che in passato è stato uno dei registi del lancio del sito di viaggi Expedia in Europa. «In tanti ce lo hanno segnalato e così abbiamo deciso di lanciare Uber anche in Italia: prima a Milano e presto a Firenze e Roma». La squadra italiana della Uber è formata da giovanissimi, quasi tutti bocconiani con master all’estero, guidati da Benedetta Arese Lucini, 29 anni, che ha già lavorato in nove città in tutto il mondo.
Ma come funziona Uber? «Bisogna scaricare gratis la app su uno smartphone (con iOs o Android) e quando serve un’auto basta cliccare sull’icona» spiega Breakwell. «Si apre una schermata sulla quale compare una mappa con la propria posizione e quella delle auto Uber più vicine. Digitato il luogo di destinazione, compare un preventivo di spesa: se date l’ok, in pochi secondi sullo schermo compare la targa dell’auto, la foto dell’autista che verrà a prendervi, il suo numero di cellulare e il tempo di arrivo. Un altro messaggio segnala che l’auto in due minuti è sul posto. A fine viaggio l’autista vi aprirà la portiera e, se il cliente è una donna, l’accompagnerà sino alla porta di casa. I costi sono addebitati sul conto della carta di credito automaticamente, con una ricevuta nella quale oltre al percorso viene indicata ogni voce di spesa. E si dà una valutazione del servizio: se un autista riceve più volte un giudizio sotto le cinque stelle, viene richiamato per un aggiornamento».
Le auto Uber sono tutte Audi, Bmw e Mercedes top level, nere, in perfetto ordine, con autisti in giacca e cravatta che per essere ammessi devono superare una selezione.
La Uber non possiede auto proprie, ma si rivolge alle società di Ncc (noleggio con conducente) o ai «padroncini» che lavorano con il proprio mezzo. «Per loro è una grande opportunità, perché gli consente di usare i veicoli anche durante i tempi morti» chiarisce Breakwell. «L’esempio tipico è quello di un Ncc che alle 14 deve portare un cliente da Milano a Sankt Moritz e tornare a mezzanotte. Per tutta la mattina quindi è libero e, se dà la sua disponibilità accendendo l’iPhone che gli ha dato Uber, può lavorare in città».
Regola inderogabile è che l’autista parta dalla sua autorimessa ogni volta, perché per legge non può prendere passeggeri mentre è in marcia, come invece può fare un taxi. Una volta accompagnato il cliente a destinazione deve mettersi off-line e tornare alla base. Ma è proprio su questo punto che la protesta dei tassisti diventa di fuoco, poiché temono che le regole, fissate dalla legge 21 del 1992, possano essere facilmente infrante e si configuri così una concorrenza sleale.
«I tassisti di Milano sono i quarti nell’Euro-Test sulla qualità del servizio, quelli di Roma sono al 23mo posto su 24 città analizzate» tuona con orgoglio Nereo Villa, segretario della Satam, il sindacato autonomo dei tassisti milanesi. «Ogni anno trasportiamo 150 mila persone che hanno una risposta dal radiotaxi in 12 secondi. Se Uber rispetta le regole va bene. Non sarà mai un nostro concorrente, ma la vigilanza sarà molto attenta». Parole sensate, mediate dall’ufficialità del ruolo, ma il popolo dei tassisti non è così tranquillo. Basta leggere i commenti sui loro blog, come quello di Moro Quattordici che scrive: «Tic tac, tic tac, il tempo sta terminando e la pazienza sta finendo, togliamo le mani dal volante e stringiamo il santo manganello di pura quercia…»; o quello di F.D’A., che commenta così l’arrivo di Uber: «Benvenuti all’inferno (Roma)». E la sera del 7 marzo, quando l’arrivo di Uber a Milano è stato celebrato alla Terrazza Martini, gli ospiti hanno trovato molti taxi a intasare piazza Diaz, mentre aspettavano le loro limousine nere.
Nessun gesto di violenza, neanche un urlo, una protesta silenziosa della quale i sindacalisti dicono di non sapere nulla. Ma Giovanni Maggioli, della Unica Filt Cgil, è convinto che, «se non si arriverà a un chiarimento di questa concorrenza sleale, qualcosa di sgradevole potrebbe accadere. Perché, come molti Ncc, anche questi della Uber possono operare fuori dalle regole e, se i prezzi sono davvero quelli che dichiarano, non possono stare nei costi. Noi con i taxi svolgiamo un servizio pubblico e abbiamo l’obbligo di rispondere alle chiamate, loro no, quindi se le cose stanno così non dovrebbero avere l’accesso alle corsie preferenziali. Possiamo fare tutte